Il colore delle emozioni

Il colore delle emozioni

“Ci sono emozioni che tutti viviamo: gioia, paura, rabbia, disgusto, tristezza. Ti sei mai chiesto… dove vivono davvero queste emozioni? Preparati ad un viaggio che ti porterà all’interno della tua mente”. (https://www.youtube.com/watch?v=fBOHizQbGYg)

 

La nostra mente è quella scatola contenitrice di tutte le emozioni che fanno parte di noi, della nostra vita, che quotidianamente ci troviamo a vivere inconsciamente, esternandole al mondo intero. Esse fanno parte di noi sin dalla primissima infanzia, sin da quando il bambino inizia a manifestare le sue cosiddette smorfie, alle quali noi adulti sappiamo dare un nome, attribuendole ad un emozione diversa: il riso è la gioia, il pianto è la tristezza, la faccia imbronciata è la rabbia, la faccia spaventata è sintomo della paura e, infine, il viso che dà segni di ribrezzo e fastidio, rappresenta il disgusto.

 

Porre l’accento su tale precisazione è fondamentale per far comprendere quanto le emozioni siano parte integrante della vita quotidiana e soprattutto quanto non bisogna darle per scontate; esse partono da dentro, manifestandosi sotto forma di un esplosione di sentimenti, modificando persino la mimica facciale. Basti pensare ad esempio a quel riflesso puramente inconscio del rossore sul viso: in situazioni imbarazzanti o di dolcezza il nostro viso riesce ad assumere, senza volerlo e senza controllarlo, un rossore particolare, come fossimo delle lampadine accese. Ma se come detto in precedenza, per gli adulti questo stato emotivo è un qualcosa di riconoscibile e alle volte anche controllabile, per i bambini questo risulta essere difficile fin quando non riescono a dare un nome alle emozioni, a capire cosa sono e ad effettuare la giusta associazione delle stesse con i diversi stati d’animo, previsti da alcune situazioni che si vivono.

E come si può aiutare il bambino a scoprire, a capire e far sue le emozioni?

Diversi potrebbero essere i giochi da presentare per dare “concretezza” a questa tematica, rendendola viva e stimolante in ogni bambino.

Pandora si prefigge proprio questo passando attraverso un laboratorio che può risultare per chi lo vive alquanto entusiasmante: la lettura animata sarà il principio cardine di tutto. Marionette colorate che si muovono, favola intrigante con personaggi fantastici che stimolano la curiosità e l’immaginazione… il tutto basato sulla ricerca e la comprensione delle emozioni. Ma come faranno i bambini ad associare le emozioni agli stati d’animo? Molto utile e fondamentale è l’ausilio dei colori sia per i bambini piccoli che per quelli grandi: attraverso il colore, infatti, si riuscirà ad esprimere in maniera libera e incondizionata la propria emotività.

Avete mai sentito dire che le emozioni hanno un colore? In questo senso, Pandora vuole provare insieme ai bambini ad attribuire un colore alle emozioni, invitandoli a riflettere su alcuni modi di dire di uso comune: «avere un umore nero» «è una giornata davvero grigia» «diventare blu dalla paura» «diventare verde dall’invidia» «diventare rosso dalla rabbia», ecc… in questo modo rifletteranno sull’associazione tra situazione reale e stato d’animo. Ciò che bisogna dire e far capire ai bambini è che non per tutti, allo stesso modo, i colori simboleggiano le stesse emozioni, ma che anzi ognuno può associare il colore che vuole ad un emozione. A questo punto, sempre sottoforma di gioco, i bambini riusciranno ad esprimere liberamente e spontaneamente il colore che più si avvicina a tutte le emozioni che vivono, identificandole e dandogli il giusto nome di riconoscimento.

In questo modo ogni bambino personalizzerà il proprio lavoro secondo il proprio temperamento, la propria personalità, la propria indole e la propria esperienza di vita.

la primavera

La primavera

La primavera da Pandora

 

Siete pronti per vivere una nuova emozionante stagione insieme a Pandora? Siete pronti a scoprire nuovi colori, odori e a vivere esperienze entusiasmanti? Aspettiamo Insieme La Primavera e viviamola in tutta la sua bellezza. Nuovi laboratori, nuove esperienze e coinvolgenti avventure ci aspettano in questo floreale periodo.

La Primavera ci darà modo di immergerci in un mondo nuovo, in nuovi profumi, colori, fiori, che faranno da sfondo ad un panorama alquanto fresco, leggero e variopinto. Questa stagione simboleggia la rinascita: le piante e i fiori riprendono vita, gli animali escono dal loro letargo, il cielo azzurro e limpido permette di osservare il volo leggiadro delle rondini, i bambini allegri e felici riempiono con la loro vivacità parchi e giardini… e tutto questo è l’emblema del nuovo paesaggio che ci apprestiamo a vivere. Sia adulti che bambini vivono questo periodo con un nuovo spirito, con umori del tutto diversi, rispetto alla malinconia delle stagioni ormai passate. L’allegria, la gioia, la felicità, la spensieratezza, sono i protagonisti per eccellenza di questo percorso che noi di Pandora accogliamo e doniamo, facendo vivere con semplicità e naturalezza la gioiosa e colorata Primavera.

“Quando arriva la primavera

si allunga il giorno si accorcia la sera.

Il cielo si tinge di azzurro colore,

sui prati germogliano petali in fiore.

I bimbi si spogliano dei caldi maglioni

e corrono liberi come aquiloni.

Tenui profumi si spargono intorno,

inizia la semina di un nuovo giorno.

Il vento leggero trasporta nell’aria

sussurri, bisbigli di un mondo che varia:

è il suono squillante di primavera.

Pigri si svegliano, allora, dal sonno invernale,

ghiri, marmotte, chiocciole e rane”.

Venite a biscottare con noi

Arte e creatività svolgono un ruolo fondamentale nell’ambito dell’evoluzione infantile, tuttavia, per molti versi, entrambe sembrano essere oggetto di scarso interesse da parte delle istituzioni.

In realtà, ripercorrendo la storia del pensiero filosofico e pedagogico, emerge un sottile fil rouge che collega la pratica di attività artistiche alle abilità comunicative e allo sviluppo fisico-cognitivo-emotivo durante l’infanzia. Numerosi studi sembrano infatti dimostrare che, fin dai primissimi anni di vita del bambino, l’arte contribuisce a migliorarne le capacità espressive, a favorire l’apprendimento logico – matematico e linguistico, a rafforzare la consapevolezza di sé, a liberare le potenzialità creative insite in esso. In definitiva, essa sembra essere determinante al fine di un’evoluzione interiore dell’individuo.m Anche la semplice produzione di biscotti natalizi che proponiamo all’interno del nostro laboratorio BISCOTTIAMO ha queste funzioni.
Aspettiamo tutti i bambini che vorranno seguire queste attività il pomeriggio del 13 e quello del 15 dicembre 2016 dalle ore 16,45 alle 18,30. Si tratta di due appuntamenti distinti ma per entrambi è obbligatoria la prenotazione.
Il costo è di 10 euro ad incontro.

La storia di Babbo Natale

Babbo Natale viene dal Polo Nord, è barbuto e sovrappeso e la notte tra il 24 e il 25 dicembre porta i regali ai piccoli di tutto il mondo viaggiando su una slitta trainata da renne. La storia di questo amato personaggio del folklore è lunga e affascinante quasi come la sua leggenda. Oggi pomeriggio, dopo il riposino, la racconteremo ai bambini, ma anche voi adulti potete leggerla qui.

Tratto da  https://goo.gl/46F81e

Babbo Natale nasce sulle rive del Mediterraneo, si evolve nell’Europa del Nord e assume la sua forma definitiva (Santa Claus) nel Nuovo Mondo, da dove poi si diffonde quasi in ogni parte del globo.

In principio era san Nicola, un greco nato intorno al 280 d.C. che divenne vescovo di Mira, cittadina romana del sud dell’Asia Minore, l’attuale Turchia. Nicola si guadagnò la reputazione di fiero difensore della fede cristiana in anni di persecuzioni e trascorse molti anni in prigione finché, nel 313, Costantino emanò l’Editto di Milano che autorizzava il culto. L’iconografia ha tramandato diverse sue immagini, ma nessuna somiglia troppo all’omone allegro, sovrappeso e dalla barba bianca che oggi attribuiamo a Babbo Natale. Catherine Wilkinson, un’antropologa  forense della University of Manchester, ha cercato di ricostruirne il vero aspetto basandosi sui resti umani conservati

nella cripta della Basilica di san Nicola di Bari, dove le presunte reliquie del santo furono portate nel 1087 da un gruppo di marinai e sacerdoti baresi che era andato fino a Myra per impadronirsene.

Quando, negli anni Cinquanta del secolo scorso, la cripta fu restaurata, il cranio e le ossa del santo furono accuratamente misurate, fotografate e radiografate. Wilkinson ha esaminato questi dati alla luce delle moderne tecniche dell’antropologia forense, aiutandosi con un software di ricostruzione facciale e aggiungendo dettagli dedotti dalle fattezze delle popolazioni mediterranee dell’epoca. Il risultato – un uomo anziano, dalla pelle olivastra, il naso rotto forse nel corso delle persecuzioni, e barba e capelli grigi – è stato illustrato nel documentario della BBC The Real Face of Santa.

Il protettore dei bambini
Dopo la morte (avvenuta il 6 di dicembre di un anno imprecisato alla metà del IV secolo), la figura del santo divenne popolarissima in tutta la cristianità, grazie anche ai tanti miracoli che gli furono attribuiti. Molte professioni (ad esempio i marinai), città e intere nazioni lo adottarono e ancora lo venerano come loro patrono. Ma perché diventò anche protettore dei bambini e mitico dispensatore di doni?

La ragione, spiega Gerry Bowler, storico e autore del libro Santa Claus: A Biography, sta soprattutto in due leggende che si diffusero in Europa intorno al 1200. La prima, e più nota, racconta del giovane vescovo Nicola che salva tre ragazze dalla prostituzione facendo recapitare in segreto tre sacchi d’oro al padre, che così può salvarsi dai debiti e fornire una dote alle figlie. Nella seconda, Nicola entra in una locanda il cui proprietario ha ucciso tre ragazzi, li ha fatti a pezzi e li ha messi sotto sale, servendone la carne agli ignari avventori. Nicola non si limita a scoprire il delitto, ma resuscita anche le vittime: “ecco uno dei motivi che lo resero patrono dei bambini”, commenta Bowler.

Da san Nicola a Santa Claus
Resta da spiegare come questo santo mediterraneo si sia spostato al Polo Nord e sia stato associato al Natale. In realtà per molti secoli il culto di san Nicola – e la tradizione di fare regali ai bambini – si continuò a celebrare il 6 dicembre, come avviene tuttora in diverse zone dell’Italia del Nord e dell’arco alpino, fino in Germania. Col tempo al santo vennero attribuite alcune caratteristiche tipiche di divinità pagane preesistenti, come il romano Saturno o il nordico Odino, anch’essi spesso rappresentati come vecchi dalla barba bianca in grado di volare. San Nicola era anche incaricato di sorvegliare i bambini perché facessero i buoni e dicessero le preghiere.

Ma la Riforma protestante, a partire dal Cinquecento, abolì il culto dei santi in gran parte dell’Europa del Nord. “Era un bel problema”, commenta Bowler. “A chi far portare i doni ai bambini?”. In molti casi, risponde lo studioso, il compito fu attribuito a Gesù Bambino, e la data spostata dal 6 dicembre a Natale. “Ma il piccolo Gesù non sembra in grado di portare troppi regali, e soprattutto non può minacciare i bambini cattivi. Così gli fu spesso affiancato un aiutante più forzuto, in grado anche di mettere paura”.

Nacquero così nel mondo germanico alcune figure a metà tra il folletto e il demone. Alcune, come i Krampus, servono da aiutanti dello stesso san Nicola; in altre il ricordo del santo sopravvive nel nome, come Ru-klaus (Nicola il Rozzo), Aschenklas (Nicola di cenere) o Pelznickel (Nicola il Peloso). Erano loro a garantire che i bambini facessero i buoni, minacciando punizioni come frustate o rapimenti. Per quanto possa sembrare strano, anche da questi personaggi nasce la figura dell’allegro vecchietto in slitta.

San Nicola in America
Gli immigrati nordeuropei portarono con sé queste leggende quando fondarono le prime colonie nel Nuovo Mondo. Quelli olandesi, rimasti affezionati a san Nicola, diffusero il suo nome, “Sinterklaas”

Ma nell’America delle origini il Natale era molto diverso da come lo consideriamo oggi. Nel puritano New England era del tutto snobbato, mentre altrove era diventato una specie di festa pagana dedicata soprattutto al massiccio consumo di alcol. “Era così anche in Inghilterra”, spiega Bowler. “E non c’era nessun magico dispensatore di doni”.

Poi, nei primi decenni dell’Ottocento, diversi poeti e scrittori cominciarono a impegnarsi per trasformare il Natale in una festa di famiglia, recuperando anche la leggenda di san Nicola. Già in un libro del 1809, Washington Irving immaginò un Nicola che passava sui tetti con il suo carro volante portando regali ai bambini buoni; poi fu la volta di un libretto anonimo in versi, The Children’s Friend, con la prima vera apparizione di Santa Claus, associato al Natale “ma privato di qualsiasi caratteristica religiosa, e vestito nelle pellicce tipiche dei buffi portatori di doni germanici”, spiega Bowler. Questo Santa porta doni ma infligge anche punizioni ai bambini cattivi, e il suo carro è trainato da una sola renna.

Le renne diventano otto e il carro diventa una slitta nella poesia A Visit From St. Nicholas, scritta nel 1822 da Clement Clark Moore per i suoi figli ma diventata subito “virale”. Per molti decenni Santa Claus viene rappresentato con varie fattezze e con vestiti di varie forme e colori. Solo verso la fine del secolo, grazie soprattutto alle illustrazioni di Thomas Nast, grande disegnatore e vignettista politico, si impone la versione “standard”: un adulto corpulento, vestito di rosso con i bordi di pelliccia bianca, che parte dal Polo Nord con la sua slitta trainata da renne e sta attento a come si comportano i bambini.

Ritorno in Europa
Una volta standardizzata (grazie anche alle pubblicità della Coca-Cola, nota del trad. it) la figura di Santa Claus torna in Europa in una sorta di migrazione inversa, adottando nomi come Père Noel, Father Christmas o Babbo Natale e sostituendo un po’ ovunque i vecchi portatori di doni. A diffonderla sono anche i soldati americani sbarcati durante la Seconda mondiale, e l’allegro grassone finisce per simboleggiare la generosità degli USA nella ricostruzione dell’Europa occidentale.

Naturalmente, c’è anche chi nel Babbo Natale di origine yankee vede nient’altro che il simbolo della deriva consumista del Natale. Altri lo rifiutano o lo snobbano semplicemente in nome della tradizione, come i non pochi italiani ancora affezionati a santa Lucia, alla Befana o al vecchio, originale san Nicola.